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Storia di un ritratto ad una donna vietnamita

Sono in Vietnam, nella splendida cittadina di Hoi An, e ho deciso di prendere una bicicletta per esplorare la campagna e i villaggi lontani dal centro.

Mentre attraverso un piccolo villaggio di pescatori, alla mia sinistra, vedo tre persone sedute davanti la porta di casa intente a riparare una verde lunga rete da pesca. La scena mi sembra subito molto bella, naturale e semplice, ma è la donna al centro quella che subito attira tutta la mia attenzione.

Prima cosa, osservo tutto, comincio a disegnare la foto.

In pochi secondi osservo tutto. Una donna anziana, seduta per terra, ripara una rete da pesca, verde. Ha lineamenti molto dolci e il viso segnato dalle rughe, ma si intravedono i segni di una bellezza che la vecchiaia non può cancellare.

L’anziana donna indossa, con semplicità ed in un certo modo anche eleganza, uno straccio di stoffa abilmente intrecciato sulla testa, aperto sulla fronte, lasciando intravedere i grigi capelli raccolti in maniera ordinata. Indosso, una magliettina leggera e raffinata, di un colore, lilla, che le illumina il viso e da un tocco di colore a tutta la scena. Sullo sfondo, un muro con bella texture chiara e segnata dal tempo, ed una porta marrone. Tutto è cosÌ bello ed equilibrato, nessun elemento di disturbo, per fortuna.

Probabilmente mi trovo davanti al soggetto piú bello che mi sia capitato fino ad ora.
La scena, nell’insieme è gia bellissima.

Dalla visione alla realizzazione della foto

Scendo dalla bici e cammino verso di lei, ma avverto un po di ansia perchè ho paura di rompere l’equilibrio di quel momento di vita, di interrompere la naturalezza e la spontaneità. Voglio esserci, ma allo stesso tempo vorrei essere invisibile.

Cosi, tornando razionale, so di avere a disposizione pochissimi minuti, dopodichè, tutto svanirà per sempre, perchè la fotografia di strada non è replicabile, non aspetta, il momento è unico.

Devo velocemente decidere quale lente da usare, non posso star li a cambiare focale rischiando di rovinare tutto e perdere l’attimo. Ne devo usare solo una. Voglio un ritratto della donna, devo decidere tra il 50mm e il 90mm. Il suo viso e’ bellissimo, ma non posso avvicinarmi troppo, con il 50mm potrei essere troppo distante, cosi decido di montare il Leica Elmarit 90mm f 2.8

Non sono ancora sulla scena, non mi hanno ancora visto. La prima cosa che faccio, per avere subito consapevolezza dello stato della mia macchina fotografica, è scattare una foto a vuoto. La guardo, la uso come punto di partenza e comincio inconsciamente ad elaborare tutti i valori e le combinazioni. Voglio avere lei a fuoco e lo sfondo sfuocato, cosi imposto il diaframma tra f4 e f5.6. Vorrei scendere a 2.8, ma avendo poco tempo ho paura di perdere il fuoco.

Ecco, sono sulla scena, ma prima di concentrarmi sul ritratto della donna, voglio fotografare tutto l’insieme, per contestualizzare i soggetti. Cavolo, ho il 90mm, sono un po’ stretto, devo farla prima di avvicinarmi. Mi fermo sul marciapiede, mi abbasso e, click, click, scatto un paio di foto e mi rendo conto che i tempi di scatto sono troppo bassi, ho bisogno di tempi piu’ alti, ho bisogno di piu’ luce.

Alzo gli ISO da 400 a 800, tutto in un attimo, mentre scatto. Non devo perdere tempo, è il momento di fotografare la donna. Faccio un passo di lato per fare prima un ritratto a figura intera, dato che sono gia alla giusta distanza. La donna mi guarda e mi sorride, ma continua a lavorare alla rete.

Ancora tre passi avanti

Bene, non ho interrotto il momento, per fortuna, ma devo fare in fretta, più tempo sono li, più alta è la possibilità che tutto cambi. É il momento piu’ importante, faccio 3 passi avanti e mi avvicino alla donna, nel cuore della scena, sperando che non si sposti o non cambi il suo stato d’animo o, peggio, la sua posizione.

Sono emozionatissimo e pieno di adrenalina.

Vedo solo lei nel mirino della mia Leica, ora siamo solo io e lei, e “vedo” la foto che poco prima mi ero costruito in testa. Mi concentro sul telemetro, giro lentamente la ghiera della lente, le due immagini sono ancora sdoppiate, altro mezzo giro e, si, ora combaciano, ecco, adesso è a fuoco, ma non è ancora il momento, voglio il contatto visivo.

Non posso chiederglielo, deve essere tutto naturale, ma la imploro nella mia testa… guardami, ora, ti prego.

Lei mi guarda, un attimo, con un piccolo sorriso che le illumina quel viso dai lineamenti orientali, gli occhi appena aperti, la luce è perfetta. Scatto. Click! Click!

Gia che ci sono, ne faccio una in orizzontale e una in verticale, ne vorrei altre, vorrei star li a fotografare ancora, ma sento che il momento è finito, la mia adrenalina si è scaricata del tutto, sento di aver ottenuto quello che volevo e che non posso avere di più.

La fotografia è la medicina dell’anima.

Sono strafelice, la ringrazio a mani giunte, una, due, tre volte, lei ricambia con altri sorrisi e riprende a lavorare alla sua rete.
Mi rimetto sulla bici e continuo a pedalare, sentendomi fotograficamente appagato. Non riguardo le foto, ho troppa paura di averla sbagliata, anche se dentro di me so di averla presa. Ma voglio continuare a godermi il momento, rivedere tutto nei miei freschi ricordi. Poi guardo la mia macchina fotografica, e con uno sguardo la ringrazio e la rimetto nella borsa, come fosse il più prezioso dei diamanti da custodire.

Ci saranno altri soggetti e altre foto da fare, altre emozioni da vivere, ma nessuna sarà mai uguale all’altra, e questo è quello che mi fa amare follemente la fotografia.

Ritratto di una donna vietnamita
(Leica M typ 262 con Elmarit 90mm f2.8)


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